Un Papa straniero. E’ l’unica possibilità per il PD di continuare ad avere un ruolo positivo per il governo della nostra città. Lo svolgimento di primarie che avranno come principali contendenti Gnassi e Fabbri vanno invece in direzione opposta. Uno spareggio interno alla nomenklatura che da anni guida il PD, dopo avere guidato i DS, mi sembra, prima che sbagliata per le caratteristiche dei candidati, miope rispetto ai risultati elettorali delle recenti elezioni regionali. Quel voto (che analizzerò prossimamente) conferma ed accelera una tendenza ormai consolidata da anni e segnala un drammatico divorzio di settori sempre più ampi della città da chi l’ha governata nell’ultimo decennio.
Ci sono stati due cardini grazie ai quali il Centro sinistra ha tenuto il collegamento con parti vitali della società riminese ed è riuscito perciò a mantenere la possibilità di governare Rimini anche in fase di consenso calante. Uno ha agito sul versante del mondo cattolico, l’altro in direzione di quello imprenditoriale.
La sensazione, confermata anche da notizie ed indiscrezioni che si sono susseguite sugli organi di stampa nelle ultime settimane, è che questi cardini di collegamento si stiano ormai sgretolando e parti organizzate della società si apprestino a scegliere, in vista delle prossime elezioni comunali, un orientamento diverso da quello fino ad ora sostenuto.
Cosa sta succedendo all’interno del mondo cattolico riminese? Quale è la ragione di un ricompattamento del laicato impegnato nel sociale che supera, per la prima volta da oltre quindici anni, vecchie divisioni? Sono interrogativi che un dirigente del PD dovrebbe porsi.
Chi ha avuto occasione di parlare con alcuni dei protagonisti di questa svolta, descrive interlocutori molto sereni, convinti, sulla base di un giudizio severo dell’ultimo decennio di governo locale, della necessità di cambiare, nell’interesse della città. Si dicono lontani da ogni visione confessionale e sentono su di loro un compito storico, superare, almeno per questa fase e con una lettura molto pragmatica, un bipolarismo che non ha dato a Rimini l’occasione di rinnovarsi. Le valutazioni sono negative per entrambi gli schieramenti, ma è evidente che è il Centro sinistra ad essere penalizzato perché il cambiamento invocato chiama in causa prioritariamente gli inquilini di palazzo Garampi e la politica che li ha sostenuti. Non è un mistero che in questi ambienti circoli anche la suggestione di una alleanza civica.
Sul versante del mondo dell’impresa non sta avvenendo nulla di paragonabile, ma i segnali di scollamento e sfiducia nella leadership pubblica sono sempre più evidenti. D’altra parte non spetta certo alle organizzazioni imprenditoriali dare vita a svolte politiche, tuttavia la componente di sostegno alla stabilità e al governo locale, che tradizionalmente connota quelle rappresentanze, sembra davvero esaurita. Già in precedenti occasioni si era percepita una voglia di cambiare, che era però naufragata di fronte alla scarsa credibilità della proposta del Centro destra. La sensazione è che, anche a causa della crisi della bolla immobiliare, che ha fortunatamente smorzato molti degli interessi e molte delle attese di cementificazione che erano state consegnate alla giunta Ravaioli, possa oggi prevalere la convinzione che il futuro della città stia in una pagina nuova, in un radicale ricambio di classe dirigente.
I due cardini ormai logori per il PD, potrebbero sostenere, a questo punto, una diversa costruzione politica.
Se si sommano questi segnali che maturano in snodi chiave della società riminese, con gli esiti elettorali recenti, non c’è spazio per alcun dubbio: una scelta di candidatura a Sindaco, interna agli attuali dirigenti del PD è destinata ad essere bocciata.
Quello che è maturato negli ultimi mesi è un giudizio che si è gradualmente consolidato negli anni e che è alimentato da una mancata capacità e volontà di creare alternative e discontinuità da parte del PD. Non occorre sfogliare il quaderno delle doglianze delle numerose scelte amministrative che hanno, nel corso degli anni, meritato una censura severa, dalle politiche urbanistiche, a quelle di bilancio.
La sensazione infatti è che, alla radice del distacco dell’elettorato e di importanti opinion maker, ci sia un fattore tutto politico che ha generato un valore aggiunto di rifiuto. Esso è rappresentato dalla percezione che questo gruppo dirigente agisce come una casta che occupa le istituzioni, che costruisce un “consenso separato” tutto interno al ceto politico, grazie all’appagamento degli appetiti di poltrone o di incarichi di questo o di quel esponente, senza mai rendere conto delle scelte e delle forzature istituzionali compiute.
Vengono chiamati a posti di responsabilità uomini e donne palesemente inadeguati e fuori posto, al solo scopo di tenere equilibri e cementare alleanze, che non si nutrono più di programmi o di sensibilità comuni, ma solo di reciproche convenienze del ceto politico.
Chi ha la possibilità di frequentare ambiti sovraprovinciali (e molti degli opinion maker citati, abitualmente lo fanno) sa quale è la considerazione che in quegli ambienti si respira a proposito dei riminesi. Sempre impreparati, con scarsa conoscenza dei dossier in discussione, portatori di proposte estemporanee, non supportate da nessun lavoro preparatorio, in definitiva mai protagonisti. Non è poco per chi conosce l’importanza per la nostra comunità, delle scelte che vengono compiute in quelle stanze.
A questo punto ci vorrebbe una svolta anche per il PD, una svolta che sappia invertire la rotta seguita negli ultimi anni e riaccreditarlo come forza capace di interpretare la necessità di cambiamento della città.
Ci vorrebbe un gesto forte di discontinuità che sappia valorizzare le molte energie pulite e qualificate che sono imprigionate dentro al PD riminese. Per tentare la ricostruzione di una coalizione del cambiamento che interpreti quelle energie e che assegni ancora un ruolo di governo al Centro Sinistra, ci vorrebbe un atto politico esplicito di rinuncia a candidare un proprio dirigente. Nessuno dei nomi PD che sono circolati, tranne Fabio Pazzaglia, infatti, può chiamarsi fuori dal pessimo andazzo del passato. Anzi i due principali concorrenti sono stati i facitori, assieme a Melucci, con tutta la fatica e la pervicacia del caso, del vergognoso piano regolatore delle carriere, che si è snodato in questi anni e che li ha portati a questo punto della corsa.
Occorrerebbe una solenne decisione politica degli organismi dirigenti del PD riminese, che si traduca in un loro passo in dietro, un gesto generoso di servizio al partito ed alla città, per aprire la possibilità di ricercare il Sindaco della svolta.
Di cercarlo assieme a forze vitali della società riminese, attorno ad un programma essenziale e di rottura, con meccanismi trasparenti di accountability per evitare tradimenti degli impegni assunti con l’elettorato, che estenda a tutti i candidati un rigoroso codice etico e di incompatibilità.
Sarebbe proprio la novità di questo percorso la garanzia ed il pegno del PD per riaccreditarsi come forza di cambiamento e per ritrovare una qualche sintonia con le speranze della città.
Sergio Gambini