Sono disposto a scommettere che molti sindaci di città turistiche, in queste ore, stanno studiando come ottenere, al pari della città di Roma, l'introduzione della tassa di soggiorno. Lo faranno più o meno di nascosto, perchè la cosa non è molto popolare, ma le casse comunali purtroppo piangono. Lo faranno con buona pace della Ministra Brambilla, che aveva giurato, fuori dal mondo com'è, nel dimezzamento dell'IVA turistica.
A scanso di equivoci vorrei ricordare che quando la tassa di soggiorno è stata abolita, venne giustamente bollata come un arbitrario balzello di stampo medievale, che non aveva nulla a che fare con una moderna concezione delle imposte. Anche i sostenitori della sua reintroduzione conoscono questa storia e cercano perciò di sorreggere la richiesta con ragionamenti presentabili. L’argomento più usato è questo: gli ospiti alberghieri delle località turistiche “consumano” le città delle vacanze, senza contribuire in alcun modo ai servizi che consentono ogni giorno di renderle pulite, fruibili e piene di attrattive.
Niente di più infondato. Infatti, tra i costi che l’impresa turistica deve computare nel determinare la tariffa alberghiera, vi sono ovviamente anche le spese sostenute per i servizi pubblici locali, come la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti e quelle dell'imposta sugli immobili. In questo caso, l’ospite degli alberghi e delle altre imprese della ricettività turistica, attraverso l’ICI, cui sono soggetti gli edifici che lo accolgono, contribuisce, in realtà, più dei residenti. Come è noto infatti il tasso di occupazione delle strutture ricettive è un grande successo quando si avvicina al 70%, e perciò, a fronte di una ICI piena, la popolazione alberghiera in realtà “consuma “ la città molto meno degli abitanti del comune.
Si può anche avanzare l'idea, difficile da dimostrare, che l’apporto dei turisti all’usura della città sia più intensivo, ma in questo caso l’unico intervento corretto dovrebbe realizzarsi sull’ICI, per renderla più flessibile, in aumento, sugli immobili legati alla ricettività turistica.
In realtà il vero problema per i sistemi urbani del nostro turismo è il visitatore “mordi e fuggi”, che usa la città senza lasciare un euro nelle casse comunali e, proprio per le caratteristiche della sua visita, stressa il tessuto urbano oltre i limiti. Questi della tassa di soggiorno se ne infischiano allegramente.
Con la sua introduzione, saremmo perciò all’assurdo di penalizzare il turista che tutti vorremmo e di favorire quello che ci piacerebbe evitare. L’unico effetto certo sarebbe quello di abbassare ulteriormente la competitività del prezzo della vacanza italiana in rapporto a quella dei paesi nostri concorrenti, almeno per la sua componente principale, cioè quella alberghiera.
Una soluzione sensata sarebbe invece quella di introdurre la possibilità, per alcuni beni e servizi, di una compartecipazione ed, eventualmente, di una minima addizionale IVA per i comuni turistici. Così almeno pagherebbero i “mordi e fuggi”.
E’ un’operazione più complicata, da negoziare con l’Europa, che impone una elevata capacità di selezione e che dovrebbe essere introdotta nel quadro di una forte iniziativa italiana per giungere all'armonizzazione dell'IVA turistica, allo scopo di cancellare il dumping fiscale di Francia, Grecia e Spagna. E’ molto più facile sparare nel mucchio. A questo punto bisognerebbe però ficcarsi in testa che in Italia, finalmente, sulle tasse nessuno è più disponibile a scherzare.