Alla radice di ogni passione sportiva c'è un eroe che ha animato i sogni di un bambino. Il mio primo eroe nerazzurro è stato Nacka Skoglund. Era il furetto biondo della nazionale svedese che arrivò terza nei mondiali del '50 e seconda in quelli del '58. Giocava da seconda punta, disegnando arabeschi, sulla fascia. Il Milan di quella nazionale straordinaria comprò Gren, Nordahl e Liedholm, fosforo, potenza e geometria, noi il genio e la sregolatezza di Nacka.
Amala, pazza Inter, amala.... tutto ha una spiegazione.
La grande Inter degli anni '60 che mi ricordo, scopre il calcio all'italiana con un allenatore argentino, naturalizzato francese. Inventa dal nulla ruoli calcistici che prima non esistevano, il terzino d'attacco Giacinto Facchetti, il libero Armando Picchi, il regista Luisito Suarez. La definivano cinica e opportunista, ma la sua anima vera era la fantasia, “il piede sinistro di Dio”, Mariolino Corso, un'ala funanbolica come Jair, la velocità chirurgica dei dribbling del giovane Mazzola. Anche il gol di “rapina” è un'invenzione nerazzurra. Peirò al Liverpool, in Coppa dei Campioni, rubando il pallone al portierone inglese che palleggia compassato nella sua area. Un'idea fulminante ed irridente, un'esecuzione perfetta.
Pazza Inter, nel '67 butta al vento in cinque giorni Coppa e Scudetto. Immagini in bianco e nero, Mantova, ultima di campionato. Il pallone che sguscia goffamente dalle mani di Giuliano Sarti, uno dei portieri più forti al mondo, una papera colossale che consegna il campionato alla Juve.
Se uno inventa il calcio all'italiana ovviamente lo deve anche difendere, così è successo all'Inter negli anni '70. Con un trasporto decisamente oltre il ragionevole. L'Olanda aveva cambiato il gioco del calcio, tutti ormai cercavano di imparare il calcio totale, l'Inter invece accettava soltanto allenatori che la facessero giocare con il libero dietro a tutti. Meravigliosamente fuori dal tempo, ma ancora con l'amore per il genio.
Il trequartista infatti è stata una passione di tutti i presidenti che si sono succeduti, anche contro ogni logica di equilibrio tattico. Evaristo Beccalossi, Hansi Muller, Matteoli, Bergkamp, Roberto Baggio, Dell'anno, Djorkaeff, Scifo, Emre, Morfeo Recoba, Pirlo (si anche Pirlo, perchè l'amore smodato per il trequartista impediva di vedere che in realtà era un grande regista, come invece capì subito Ancelotti appena venne trasferito al Milan), Seedorf, solo per dire quelli che mi vengono in mente.
C'è anche un' Inter quadrata, non a caso a trazione tedesca. Batte tutti record, la guida il Trap, ma non resta nel cuore dei tifosi: non è abbastanza pazza e non fa soffrire.
Si perchè nel frattempo, dopo i successi degli anni '60, la cifra del tifoso interista è diventata la sofferenza. No, nessuna retrocessione. Mai invischiati nella lotta per evitare la B, sempre signori e con grandi pretese, però titoli pochi, anzi, per molti anni, proprio niente.
Tanto che nella nuova e tanto attesa epoca dell'Inter vincente, facciamo fatica a credere al Mou.
Il grandissimo Mourinho ci lascia dopo avere vinto tutto quello che si poteva vincere e avere costruito una squadra perfetta. In un club che anche in stagioni vincenti, ha sempre corteggiato l'imperfezione, con il Mancio eravamo più a nostro agio.
Con la giustizia sportiva, la mia Inter non se l'è mai cavata bene.
La nostra parte è sempre stata quella dei bastonati. Intendiamoci, non abbiamo avuto a che fare ne con le scommesse milanesi e romane, ne con le farmacie piemontesi, nessuno perciò ha mai avuto il minimo pretesto per incolparci di qualcosa, ma quando c'era una decisione importante da prendere è sempre stata a nostro danno.
Così, con spirito gandhiano, mandammo a Torino la Primavera, per rigiocare una partita vinta sul campo e a tavolino, lasciando quel campionato alla Juve di Sivori. Il Bologna di Bulgarelli, qualche anno dopo, recuperò a fine campionato, dal giudice sportivo, due punti in odore di anfetamine e ci costrinse a mollare un altro scudetto nell'inatteso spareggio di Roma.
Con quei precedenti avremmo potuto guardare a Calciopoli con maggiore distacco, accontentandoci che fosse fatta finalmente pulizia, senza accettare titoli.
Per giunta a causa di quello scudetto ci tocca sopportare che tutte le invidie e le rivalità di cui normalmente si nutre il calcio e che l'Inter vincente ha scatenato nelle tifoserie avverse, finiscano oggi per convergere nella assurda rivalutazione del sistema Moggi. Una cosa.... che nemmeno in Colombia. Che tutti si raccomandassero forse è vero, a pilotare però era uno solo e se ci fosse stato ancora qualche dubbio, sono proprio le nuove telefonate portate da Moggi a fugarlo.
Pizzolante ha molti meriti politici ed io, pur stando dall'altra parte in politica, li ho sempre riconosciuti. Di calcio invece....lasciamo perdere. E' simpatico mischiare il sacro con il profano, può essere anche una buona medicina per curare l'insopportabile invidia sportiva che tormenta il milanista che è in lui, abituato a tanti anni di vittorie.
Dia retta a noi interisti che di sconfitte ne sappiamo qualcosa. Anche se ci etichetta come fighetti, sappiamo che hanno ragione i tifosi milanisti di “estrazione popolare”, con i loro striscioni esibiti domenica al Meazza: l'unica medicina buona per curare quell'invidia sono i soldi che deve cacciare il Berlusca, presidente rossonero, si intende.
Sergio Gambini