Le generiche motivazioni del Sindaco in riferimento alla costituzione della holding sono prive di concreto contenuto, tanto da rendere ancora più necessaria la doverosa critica ad un’operazione la cui reale finalità consiste nel finanziamento del Comune di Rimini con i debiti bancari che saranno assunti dalla holding. Il Comune di Rimini é da tempo debitore per aumenti di capitale sottoscritti e non versati a Tram Servizi e ad Aeradria, oltre che per versamenti già deliberati a favore della società Palazzo dei Congressi S.p.a., per un totale di € 6.315.653.
( La situazione denota chiari sintomi di sofferenza).
In prospettiva, altri notevoli indebitamenti sono in vista per la costruzione del Centro Congressi anche tramite un’ altra società perfettamente inutile, quale é Rimini Congressi S.r.l. Consortile., il cui Presidente è espressione della Camera di Commercio.
In estrema sintesi il Sindaco ripete, come esposto nella relazione allegata alla proposta di delibera, che la holding viene istituita per gestire in modo più efficace le partecipazioni azionarie dell’ente, mediante una gestione unitaria e coordinata delle proprie partecipazioni per garantire un maggiore potere di indirizzo e di controllo politico-amministrativo. Il Sindaco mette invece in secondo piano, quasi la volesse nascondere, l’altra finalità indicata in delibera che, senza bisogno di usare troppa malizia, appare la ragione vera di tutta l’operazione.
Per quanto riguarda il gas e la prospettata plusvalenza, dobbiamo rilevare il marchiano errore in cui é incorso il Sindaco, o meglio il suo sconosciuto suggeritore, poiché nessuna norma impone la vendita della rete del gas al soggetto subentrante nella gestione della distribuzione del gas, al contrario, l’ultima normativa in materia, il vigente art.23-bis del D.L 25/06/2008, n.112, al comma 5 prevede espressamente che “ ferma restando la proprietà pubblica delle reti, la loro gestione può essere affidata a soggetti privati”.
A prescindere dall’indebitamento in realtà perseguito, è impossibile attendersi benefici di carattere politico-amministrativo dal conferimento nella holding di 14 partecipazioni azionarie di società, in quanto:
a) le società, per la diversità delle attività esercitata, salvo quelle collegate al sistema fieristico congressuale, non presentano alcuna oggettiva possibilità di coordinamento;
b) il Comune è socio di maggioranza di AMIR S.p.a., TRAM SERVIZI S.p.a., ANTHEA S.r.l.,
CENTRO AGROALIMENTARE S.p.a., SERVIZI CITTA’ S.p.a., con limitate capacità di manovra salvo che per Anthea S.r.l. ed Amir S.p.a., mentre nelle altre società occorre tenere conto dell’autonomia di soci privati e pubblici;
c) i dividendi di una certa consistenza potrebbero derivare unicamente da HERA S.p.a, partecipata al 2,33%, ma l’influenza che il Comune di Rimini può esercitare sulla conduzione della società è pari a zero, pertanto non è ipotizzabile il pagamento delle rate di un mutuo di 25 milioni con i dividendi della holding;
d) esistono risorse teoricamente disponibili presso Romagna Acque, ma il veto politico appare assoluto in una sorta di giù le mani da Romagna Acque.
In definitiva, l’indebitamento della holding impone la restituzione dei debiti contratti, ma i dividendi non saranno sufficienti, per cui i futuri amministratori dovranno ricorrere allo “spezzatino”, cedendo alcune singole partecipazioni societarie, con l’aggravante che, in capo alla holding, l’eventuale plusvalenza da cessione di partecipazioni è soggetta a tassazione ai fini delle imposte dirette, mentre, nel caso in cui le partecipazioni rimanessero di proprietà comunale nulla sarebbe dovuto per imposte.
L’operazione è pericolosa: ma perché si intende sprecare tempo e molto denaro con la costituzione della holding?
La risposta temiamo sia fin troppo semplice: si pensa di ottenere, attraverso questo marchingegno, un salvacondotto per eludere il Patto di stabilità.
Un calcolo che si potrebbe rivelare sbagliato e divenire un boomerang.
Infatti, se l’obiettivo è quello di coprire gli aumenti di capitale sottoscritti in precedenti esercizi, ma non ancora versati, l’elusione del Patto diventa fin troppo esplicita, con conseguente rischio di esporre l’Ente alle sanzioni previste dalla legge in caso di sforamento del patto di stabilità (riduzione trasferimenti erariali, divieto di nuove assunzioni, divieto di ricorrere all’indebitamento per investimenti, limitazioni alla spesa corrente).
Ma, tra l’altro, lo sanno gli amministratori che in caso di mancato rispetto dei vincoli del patto di stabilità l’Ente deve ridurre i loro emolumenti del 30 per cento rispetto all’ammontare risultante alla data del 30 giugno 2008?
Mario Ferri
Sergio Gambini