La Fiera di Rimini è stata in questi giorni al centro di pesanti polemiche, come giudica la vicenda?
Secondo me in questa storia non è in discussione l’operato del vertice della Fiera. Da discutere sono invece le scelte politiche.
Con la sua guida attuale la Fiera di Rimini è cresciuta. Per fatturato, per manifestazioni, per prestigio ed influenza, nessuno lo può negare.
Ha realizzato, a tempo di record, un nuovo moderno impianto fieristico. E’ certamente uno dei pochi emblemi della Rimini che funziona.
Con le scelte attuali ed i patti parasociali, per Cagnoni comincia però una stagione a sovranità limitata..
Non ho elementi per dire quanto egli personalmente condivida la scelta della Regione di entrare così pesantemente negli assetti societari.
Il ruolo del manager pubblico, se vuole mantenere intatte le proprie prerogative, impone di manifestare riservatamente il proprio punto di vista, ma poi di attuare la decisione politica assunta da chi di dovere.
Il super indebitamento per un Palazzo dei Congressi, doppione di quello di Riccione, non sarà anche questo colpa di Bologna?
Non credo sia giusto chiedere conto alla Fiera di scelte compiute da altri. Se i governi locali avessero deciso la realizzazione di un solo Palazzo dei Congressi, magari al Marano, sono certo che avrebbero trovato in Cagnoni un esecutore più che convinto e molto efficiente.
Nessuna critica allora, neanche alla moltiplicazione delle poltrone?
Un raggruppamento dei CdA e dei revisori sarebbe senz’altro opportuno e più rispondente alla domanda di sobrietà che viene dei cittadini.Tuttavia l’intendimento no partisan, teso al coinvolgimento di competenze e professionalità di diversa estrazione culturale, è troppo banale scambiarlo come tendenza all’inciucio. In realtà rappresenta un merito, perchè ha valorizzato professionalità a prescindere dal loro colore politico, ha favorito una condivisione, una più larga partecipazione nella fase attuattiva delle decisioni politiche. Si preferiva forse un monocolore?
Veniamo allora alle decisioni politiche.
L’ingresso della Regione ha due obiettivi più o meno espliciti: imporre e pilotare la costruzione di un sistema fieristico regionale e apportare risorse finanziarie fresche in un momento di difficoltà. Il secondo obiettivo funziona come cavallo di troia per l’accelerazione del primo, che per molti anni era rimasto niente più che una petizione di principio.
Un sistema regionale spinto da finanziamenti pubblici può funzionare?
La verità è che le fiere in Regione, non sono tutte uguali. C’è chi si dibatte da anni in una crisi strutturale, come Bologna e chi, come Rimini pur tra molte difficoltà, ha comunque dimostrato di saper competere in un quadro di nuove sfide. Le norme sugli aiuti di Stato non consentono finanziamenti pubblici per sostenere le fiere ed allora l’ingresso della Regione nelle società funziona come surroga, per apportare comunque nuove ed indispensabili risorse, fare quadrare i bilanci più problematici e blindare la scelta del sistema fieristico regionale.
Niente aiuti di Stato allora, tuttavia non ritiene sia evidente per le fiere l’esistenza di un interesse pubblico che motiva l’intervento regionale?
Sarebbe un bel guaio se il benessere di una comunità potesse essere garantito soltanto attraverso l’intervento pubblico. Fare impresa ad esempio non è mestiere del pubblico.
La fiera è una infrastruttura di servizio importantissima per qualsiasi sistema territoriale. Per Rimini e le sue attività turistiche lo è ancora di più. Tuttavia è anche una grande impresa che deve misurarsi con le logiche di mercato. Trovo molto rischioso perciò che sia un ente pubblico, in questo caso la Regione che di fatto ha assunto il controllo azionario delle fiere regionali, a definire oltre alla politica industriale complessiva, il piano industriale delle singole imprese ed anche la sua gestione. C’è un evidente conflitto di interessi.
Con quali criteri verranno valutati gli equilibri all’interno del futuro sistema fieristico regionale? Sicuramente non saranno solo economici e temo non premieranno il merito. D’altra parte se l’advisor per le quote attribuite alla Regione è la Regione stessa, non ci sono molte speranze per il buon funzionamento del mercato.
Quale sarebbe la strada alternativa?
Rimango dell’idea che si dovrebbe privatizzare le fiere, certo in modo oculato e graduale, per valorizzare al massimo un importante patrimonio pubblico e trasformarlo poi in nuove infrastrutture di sistema. In Riminifiera c’è un patrimonio di strutture e capacità imprenditoriali senz’altro appetibili per investitori, anche internazionali. Sinceramente, per un futuro di successo, sarei più portato a fidarmi di un piano industriale presentato da investitori privati che rischiano i propri soldi e valorizzano il management riminese, rispetto a quello cucinato dall’assessorato regionale, frutto di mediazioni politiche e territoriali. La presenza dei privati sarebbe inoltre il miglior banco di prova per verificare la reale credibilità economica e di mercato del progetto sistema fieristico regionale.
I soldi della Regione però servono, i bilanci di Riminifiera non sono più quelli di un tempo.
L’origine delle difficoltà finanziarie sono da ricercarsi in due fattori. Uno è l’andamento del mercato fieristico internazionale, che riguarda tutti. Alla competizione sempre più accesa, si sono aggiunte le conseguenze della crisi dell’economia mondiale. E’ presto per dire se le contromisure messe in atto da Fiera di Rimini saranno sufficienti, i prossimi mesi di caduta della domanda diranno la verità e potrebbero anche consigliare scelte nuove e più radicali. L’altro è legato ai cospicui investimenti compiuti a Rimini, leggi Palazzo dei Congressi.
Gratta, gratta torniamo ai grandi costi del Palazzo dei Congressi, i soldi della Regione servono o no?
Si è indubbio che servano. La scelta della Regione è legata però ad una vecchia logica, nella quale il pubblico somma sia la realizzazione di infrastrutture, che la loro gestione. La necessità di Rimini di risorse finanziarie per concludere l’operazione Palazzo dei Congressi andava colta invece per voltare pagina e separare proprietà e gestione.
Se vengono correttamente computati gli investimenti compiuti, non è un mistero che non c’è nessun Palazzo di Congressi al mondo che riesca a raggiungere l’attivo. Per questo l’intervento pubblico nella sua realizzazione è più che ragionevole. La gestione però è un’altra cosa, qui dovrebbe funzionare il principio della concorrenza. Se così fosse tra l’altro il finanziamento pubblico non sarebbe più soggetto ai profili degli aiuti di Stato.
Ma non ci sarebbe il rischio che il patrimonio di capacità imprenditoriale rappresentato dal Convention Bureau venga disperso, impoverendo il nostro territorio?
L’interesse del nostro territorio è disporre di un Palazzo dei Congressi al massimo livello. E poi, quelo che paventi, è un rischio che non vedo. Nel congressuale siamo leader in Italia e se il Convention Bureau privatizzato non fosse in grado di vincere una gara in casa, vorrebbe solo dire che in questi anni ci siamo raccontati un sacco di balle. A quel punto sarebbe meglio per tutti avere attirato sul nostro territorio, attraverso la gara, un gruppo capace di gestire il nuovo Palas a livelli di eccellenza.
Credi che la vicenda Fiera sia definitivamente conclusa?
Spero che il nuovo Consiglio Regionale possa rivalutare l’intera questione, ed anche gli enti locali possano produrre una iniziativa più corrispondente agli interessi delle nostre comunità. La cosa che trovo più deprimente è vedere affrontare questioni così complesse con una vecchia cultura di governo che non considera l’apertura dei mercati e la loro regolamentazione la grande sfida del futuro ed il vero fattore di successo, a costo zero, dei sistemi territoriali. Ci riempiamo la bocca di sussidiarietà e rapporto pubblico/privato, alla prova dei fatti, invece, emerge sempre il vecchio statalismo conservatore. Da un governo riformista sinceramente mi aspetterei qualcosa di più.