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Rimini e Craxi (3). Tra passato e presente

Non so se la spaccatura tra le due sinistre dell'89 fosse inevitabile, certamente erano maturati , come ho spiegato, motivi di contrapposizione reali e di notevole spessore. La spaccatura avvenne su alcuni progetti urbanistici che per il PSI rappresentavano la bandiera dell'innovazione e per noi invece inaccettabili interventi di cementificazione.

Col senno di poi direi che non erano ne l'uno ne l'altro. Divennero emblematici perchè si era ormai chiusa ogni possibilità di crescita urbanistica intensiva e diffusa. La “riminizzazione” dei decenni precedenti aveva avuto una larga e disordinata platea di beneficiari e di protagonisti, il PCI aveva interpretato un blocco immobiliare, per dirlo con un eufemismo, “democratico” ed inclusivo (se ne vedono purtroppo ancora i segni), che non era più proponibile.
 
Il PSI, forte degli esempi milanesi, sceglieva la cultura del “progetto” e di interloquire con i gruppi immobiliari più forti, che avrebbero dovuto garantire interventi urbani di qualità. Il PCI, invece, cercava la soluzione all'esaurimento di quella fase della crescita, in un approccio ambientalista. Occorre ricordare che erano i primi anni di elaborazione del Piano Paesaggistico Regionale. Anni di molte felici intuizioni, ma anche di tanti fondamentalismi insensati, soprattutto in riviera .
La scelta del terreno immobiliare per la sfida a sinistra fu la ragione della iniziale vittoria socialista, ma anche la causa della sua succesiva sconfitta. L'ipotesi ambientalista del PCI, apparve come un ripiego strumentale, per giunta incapace di indicare mete di sviluppo. La formazione del pentapartito sul finire del mandato e la succesiva conferma alle elezioni del '90 furono l'inevitabile conclusione del primo tempo. Bastarono due anni però per vedere naufragare quel progetto. Alla prova del governo, il pentapartito non resse il confronto e fu costretto ad alzare bandiera bianca.
 
C'è chi ha letto quell'esito come frutto di una congiura di palazzo e del clima di tangentopoli. La giunta Moretti in realtà si dimise nell'aprile del '92, quando Mario Chiesa era ancora soltanto un “mariuolo”. Come fattori nazionali influirono maggiormente la crisi del CAF e la mancata conferma di Renato Capacci, che era il leader più in vista del nuovo corso socialista, nelle elezioni politiche di primavera. Fu certamente decisiva la dissociazione dei due consiglieri comunali socialisti Cappellini e Ciuffolini, ma il pentapartito, che avrebbe potuto dialogare con altri consiglieri non necessariamente schierati con l'opposizione del PDS (Mirella Venturini di una lista Verde e Paolo Faneschi di una lista civica), aveva scelto una strada di autosufficienza, che conduceva all'isolamento. D'altra parte i voti del MSI a quell'epoca erano ancora inutilizzabili.
 
Rimini veniva da un interminabile braccio di ferro politico che l'aveva resa immobile e non aveva consentito di affrontare problemi decisivi per il suo sviluppo, maturi ormai da anni. La localizzazione della nuova fiera, la darsena, il centro agro alimentare, il trasporto rapido costiero, la variante alla statale 16, l'area del Marano, la nuova cartolina di marina centro ed altro ancora. La ricetta di puntare ancora sul blocco immobiliare, seppure in una chiave rinnovata come proponeva il pentapartito, non sembrò credibile, divise la città, creò nuovo immobilismo e perciò, rapidamente, le speranze che avevano accompagnato la vittoria alle elezioni del '90, si tramutarono in cocente delusione dell'opinione pubblica.
Il bisogno radicato di superare la palude di mancate decisioni nella quale era intrappolata la nostra città da troppi anni, fu anche la spinta per la soluzione assolutamente atipica, per il clima politico di quegli anni, che venne trovata alla crisi della maggioranza. Il laboratorio Rimini che avrebbe anticipato di molto l'Ulivo prodiano, nasceva da quella esigenza impellente di costruire ragioni politiche di coesione della comunità locale e metterla nelle condizioni di decidere su questioni decisive per il suo futuro.
Per una fase quello spirito ha retto ed i risultati si sono visti. Poi....
 
Le ragioni sono molto diverse da quelle di allora, anche oggi Rimini è però preda dell'immobilismo. Come allora d'altra parte, l'unica ricetta che sembra circolare nei palazzi del potere, è quella di affidarsi alla leva immobiliare, per giunta con molto meno motivazioni e decisamente meno“stile” e meno cultura di allora. Di fronte a ciò mi ferisce il silenzio del PD. Fabio Pazzaglia ha ragione, ma è emblematico che per qualificare le sue affermazioni di verità, occorra evocare la categoria del coraggio.
Come allora la soluzione è in una discontinuità riformista.
Il riformismo purtroppo divide, perchè impone scelte, spesso non indolori. I grandi ideali validi solo per un lontano futuro, che in attesa della palingenesi si accontentano di gestire banalmente il presente, sono più caldi e rassicuranti, unificano. Ma è il riformismo quello che serve oggi, anche a Rimini. Per vivere e vincere però ha bisogno di farsi comunità.
Occorre allora che i programmi di riforma si incontrino con un nuovo spirito di coesione della comunità locale, che contrasti l'estrema frammentazione e corporativizzazione in atto.
Esso può nascere da diversi fattori. Una decisa scelta di sussidiarietà, nuove regole di trasparenza per restituire certezza, una rinnovata etica pubblica, verificabilità dei percorsi intrapresi.
 
Tutto lo scenario politico nazionale è in movimento, dopo le elezioni regionali credo assisteremo ad un lungo periodo di incertezza sugli assetti del sistema politico nazionale. Potrebbe essere il motivo per ingessare definitivamente la situazione riminese, ma anche l'occasione per decidersi ad inventare qualcosa di nuovo. Esistono forze riformiste collocate, direi quasi imprigionate, in entrambi gli schieramenti. Soprattutto c'è una parte sempre più larga di città che attende un cambiamento e che è delusa dalla politica locale. Lì vive uno spirito della comunità esigente e “no partisan”, una domanda riformista nuova. Varrebbe la pena di avviare una ricerca comune.
Penso ad un luogo di riflessione che non nutra ambizioni politiche proprie.
Che raccolga energie e saperi presenti nella società riminese, elabori analisi e proposte, che individui criticità e imponga il confronto con culture e sperimentazioni che hanno dimostrato la loro efficacia altrove, che infine metta a disposizione i risultati per tutti coloro che sono direttamente impegnati in politica, senza scelte di schieramento.
 
Non so se Pizzolante, quando ha aperto la sua riflessione su Craxi, intendesse la stessa cosa, certamente tra i due ragionamenti ci sono assonanze. L'appuntamento è al giorno dopo le elezioni regionali, bisognerà mettersi al lavoro, capire le disponibilità, verificare quanto è diffusa la voglia di rompere questa cappa che soffoca Rimini e se poi sono rose.... fioriranno.
 
Sergio Gambini 
 
 
 

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