Ho vissuto quegli anni con l’affanno di una sfida a sinistra, sempre più problematica ed in salita. Il PCI visse per qualche tempo dentro un complesso di superiorità che ci veniva dalle straordinarie vittorie elettorali del ’75 e ’76. Per intenderci, nonostante il sistema proporzionale, a Rimini in Consiglio Comunale, il PCI nel '75 toccò il suo picco con 25 consiglieri nel '80 ne confermò comunque 23. Nessuno capì davvero che quei risultati segnavano la chiusura di un epoca e non l’apertura di una nuova.
L’economia e la società italiana cambiavano, mentre noi ci specchiavamo nei successi che ci aveva consegnato l’Italia precedente. E così il nuovo socialismo di Craxi ci sembrava fatuo e strumentale, pretestuoso nel ricercare distinzioni che non eravamo pronti a riconoscere.
La conferenza programmatica del ’82 rappresentò però una svolta, anche nella nostra percezione del nuovo corso socialista. Sono stato anch’io sulle gradinate del palazzetto dello sport di Rimini, ad ascoltare il discorso fascinoso ed innovativo su “meriti e bisogni”. Non per tre giorni come Pizzolante, tuttavia quello che ascoltai mi bastò per capire che, nelle nostre risposte c’era qualcosa che non funzionava, non era più al passo con i tempi. Lì cominciai ad intuire che quella sfida ci avrebbe accompagnato per molti anni e ci imponeva di cambiare.
D'altra parte la DC a Rimini si era riorganizzata attorno al Movimento Popolare, la corrente dello scudo crociato ispirata da CL. Massimo Pasquinelli, il nuovo segretario, aveva lanciato il “Progetto '85”, con l'ambizione di considerare contendibile il comune di Rimini. Nuove idee, nuovi uomini, non era un mistero che guardava alla sfida a sinistra, lanciata dal PSI, per cercare convergenze e spaccare un'alleanza che governava da decenni.
Erano gli anni grigi della segreteria Natta. Il grande amore per Enrico Berlinguer era divenuto il tratto principale, se non l’unico, della nostra identità. Ciascuno sul territorio raccolse perciò la sfida del nuovo corso socialista con gli strumenti che aveva, in un sostanziale vuoto di direzione nazionale.
In Emilia Romagna potevamo attingere da uno straordinario patrimonio riformista di cui il PCI era stato protagonista, fatto di decenni di buon governo e coesione sociale. Il “modello emiliano”, che proprio in quegli anni studiosi di matrice socialista indagavano e criticavano, a Rimini era però più debole e fragile. La società era più aperta e perciò la sfida veniva avvertita come più rischiosa.
Occorreva fare di necessità virtù. Per me il rinnovamento divenne una vera ossessione politica. Discontinuità e rinnovamento, nei programmi prima di tutto, ma anche negli uomini, con la ricerca incessante per attingere a nuove energie fuori dall’apparato del partito. Fui costretto a chiedere sacrifici dolorosi a tanti dirigenti.
La contaminazione con le culture del femminismo e dell’ambientalismo, ma anche con quelle che mettevano al centro i diritti civili e la regolazione del mercato, iniziarono a cambiarci. Un percorso parallelo, ma sostanzialmente diverso da quello socialista che poneva la politica al primo posto. Ci concentravamo sui contenuti. Eravamo più “pesanti”, con un insediamento sociale più largo, più lenti nel digerire novità programmatiche. Nel tentativo di conservare le vecchie radici, eravamo sempre a rischio di perdere contatto con la parte più dinamica della società riminese. Cambiavamo, ma dentro l’involucro del vecchio PCI, in quell'orizzonte di simboli e di strategie, con un mare di contraddizioni.
Portammo in piazza migliaia di persone per combattere l’inquinamento
dell’adriatico, ma dovemmo spiegare ai nostri compagni di partito che governavano le città dell’Emilia, che gli allevamenti di maiali non potevano andare avanti così.
Al congresso di federazione nell' 89, mi inventai una linea di comunicazione a base di “nuovo PCI”, che non stava in nessun documento nazionale e Massimo Dolcini, che era uno dei più importanti grafici italiani, disegnò per noi una “marianna” che faceva molto liberal. A quello stesso congresso, però, durante le votazioni per i documenti, intervenni, giocando tutto il peso che aveva il segretario di federazione, per respingere un bella provocazione di Piero Meldini che, con un emendamento, chiedeva di cambiare il nome del partito, in Partito Comunista Democratico. Me ne vergogno ancora.
Sergio Gambini