oggi, lunedì 06 settembre 2010    
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Riflessioni a proposito delle polemiche su Craxi

 Con la sua intervista su Bettino Craxi, Sergio Pizzolante ha proposto una riflessione seria e non solo identitaria. Non è tuttavia facile confrontarsi, perchè chi vuole ragionare su uno dei leader più importanti del movimento socialista europeo della fine del novecento, rischia di essere schiacciato.

Schiacciato da opposte tifoserie che propongono una lettura ribaltata del suo cammino.
Per entrambi è l’epilogo che spiega tutto. La controversa vicenda giudiziaria che concluse il percorso di Craxi, diventa la chiave interpretativa di tutto il resto, azzerando le luci e le ombre, di cui è comunque composto l’itinerario politico di un leader. Purtroppo è così: dei martiri è difficile riconoscere gli errori, come è impossibile assegnare meriti di statista a chi si considera un delinquente.
 
Non voglio però eludere il tema giudiziario.
Molti oggi riconoscono gli eccessi della stagione di mani pulite che i pronunciamenti della corte europea sono lì a testimoniare. Eppure il discorso alla Camera con il quale Bettino Craxi riconobbe il finanziamento illecito dei partiti che non vedeva certo il PSI solo protagonista, aveva anche il sapore di una drammatica confessione di colpevolezza. Luciano Pellicani, uno degli animatori del nuovo corso socialista, la chiamò “cleptodemocrazia”.
Il sistema politico, maggioranza e opposizione ugualmente chiamati in causa, avrebbero dovuto dare una risposta a quella straordinaria evidenza. Invece ci fu un silenzio reticente ed ambiguo e così venne lasciato alla magistratura un compito di supplenza decisamente improprio.
Rifiuto l’idea del complotto delle toghe rosse, per altro smentito dalla matrice culturale della maggioranza dei componenti del pool di “mani pulite”, che non era certo di sinistra. Al di là delle compiaciute invasioni di campo nella sfera della politica, in realtà i magistrati potevano affrontare tangentopoli solo per via giudiziaria, con gli strumenti propri del controllo di legalità. Invece il tema dell’illecito finanziamento dei partiti e degli episodi di corruzione ad esso connessi, era principalmente politico ed avrebbe richiesto una risposta propriamente politica, che non ci fu.
 
Non ho difficoltà a riconoscermi in gran parte dell’elenco dei meriti politici che Pizzolante ha ascritto al PSI guidato da Craxi. Davano complessivamente un nuovo orizzonte alla sinistra italiana, ancorandola solidamente alla democrazia liberale. Quei meriti non spiegano però l’esaurimento del suo riformismo e la sconfitta che avvenne prima, è bene ricordarlo, di tangentopoli.
La data emblematica della parabola discendente è quella dal referendum del ’91, con l’invito di Craxi a disertare le urne, sepolto dalla valanga di voti favorevoli all’introduzione della preferenza unica. Già sulla elezione diretta del sindaco, qualche mese prima, il PSI aveva guardato con molta diffidenza a cambiamenti che scardinavano il vecchio sistema politico.
La caduta del muro di Berlino nell’89 aveva però mutato profondamente lo scenario.
L’opinione pubblica non accettava più un sistema politico bloccato e segnato dallo strapotere dei partiti. Il crollo delle dittature dell'Est Europa esauriva la funzione di diga “anticomunista” della DC.
Avrebbe potuto essere il coronamento della “grande riforma”, la costruzione dell’alternativa, ma Craxi scelse un’altra strada e voltò le spalle a quell’Italia del cambiamento che per tanto tempo aveva interpretato.
“Ghino di Tacco” si chiuse nel CAF. Il “brigante” che aveva rimesso in moto la politica italiana, rompendo il duopolio DC/PCI, si chiudeva nell’agiato “palazzo” del vecchio sistema politico, che gli garantiva una straordinaria rendita di posizione, proprio mentre gli italiani cominciavano a picconarlo.
 
E' vero, in quell’esito negativo, in quell’arroccamento, ci fu anche una pesante responsabilità del nascente PDS. La paura di una emorragia ben più grande di quella che diede vita a Rifondazione, paralizzò ogni iniziativa in direzione dell’unità dei riformisti e la mano che Craxi provò a tendere (per una stagione troppo breve, purtroppo) venne ignorata.
Ricordo che accompagnai D’Alema e Veltroni al camper che fungeva da base del segretario socialista, alla vecchia Fiera, durante la Conferenza programmatica del PSI, nel Marzo ’90. Fu poco più che un gesto di diplomazia. Il terrore era quello di perdere la partita per l’egemonia nella sinistra. La storia aveva dato ragione alle socialdemocrazie europee e noi invece non eravamo ne carne, ne pesce.
Per partecipare ad un percorso unitario ci sarebbe voluto altro coraggio ed un severo esame critico della nostra storia. Non eravamo ancora usciti da un grande dramma di popolo, che proprio a Rimini avrebbe conosciuto una sua tappa decisiva con il congresso di fondazione del PDS nel ‘91. Lo sforzo per traghettare in un orizzonte diverso le speranze, che per decenni in Italia, avevano scaldato il cuore di milioni di uomini e donne, aveva lasciato il PCI/PDS letteralmente sfibrato, incapace di immaginare una vera “Bad Godesberg”.
Ancora oggi, con le incertezze programmatiche su questioni decisive come fisco e lavoro, o con la difficoltà a rompere con il giustizialismo, il PD, che per tanta parte eredita quel drammatico percorso, ne paga le conseguenze.
 
Sergio Gambini

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