Non ne avevo mai sentito parlare di Joe Henry. Nella zona musica della libreria Feltrinelli, in centro a Roma ci sono alcuni raccoglitori con gli ascolti consigliati. Di solito trovo coincidenze con i miei gusti e mi sono fidato di una breve motivazione che descriveva il suo Blood from stars, come uno degli album migliori dell'ultimo anno. Bhe, non male. Grande voce e grandi atmosfere.
Mi piacciono quelle che hanno il sapore del blues urbano e che ricordano Tom Waits, senza però la retorica sgangherata dell'emarginazione e la voce impastata dall'alcool e dalle sigarette. Il registro anche nei brani più di impatto è comunque raffinato, pieno, ricco di stile e di strumentazione, mai banale, in qualche caso ricorda Sting, quando aveva ancora grinta. I ritmi sono lenti e il timbro della voce confidenziale, gli intarsi jazz si susseguono e coinvolgono strumenti diversi, la tromba, la chitarra, il sax, il piano.
Fin dalla prima volta che l'ho ascoltato, pur non riuscendo ad apprezzare davvero i testi con il mio inglese scolastico, in virtù del contrappunto tra il canto e la musica ho avuto la sensazione di una narrazione, come se il disco fosse la colonna sonora di un film dalle atmosfere notturne. Ti invita ad attraversarne le scene qualche volta in smoking, qualche volta in moto, sempre solo, perchè la vera cifra dell'album è quella della solitudine.
Il pezzo che più mi è piaciuto è Stars con grandi aperture jazzistiche che sostengono una melodia accattivante, una buona sintesi dell'album. The man i keep hid comincia come un dixie, ma torna a New York, come anche Bellwether. All Blues Hail Mary ha un ritmo che va e che viene e si ripropone sempre come una risacca. Over Her Shoulder è un brano solo musicale che riavvita un tema molto dolce con diversi strumenti.
Tutto il disco per la verità è molto piacevole da ascoltare e non riesce a stancarti, il sottofondo ideale per una conversazione intelligente.